Buoni, o meglio, furenti propositi

Ci avviciniamo al crepuscolo di questo 2020, un anno funestato da spiacevoli eventi e drammatici sconvolgimenti, che pur nel suo incedere inarrestabile ha permesso di scostare la terra da sopra il cadavere putrescente della nostra modernità; mai come quest’anno, infatti, ogni singola contraddizione si è palesata rivelando quanto artefatta sia la società moderna, frammentata e ricomposta in parti diseguali pur di nascondere le paure e le insicurezze umane, degna personificazione del mostro di Frankenstein.

“Stringiamoci più stretti a ciò che ci rimane e spostiamo il nostro amore per coloro che abbiamo perduto, su quelli che ancora sono vivi”

scriveva Mary Shelley, e ciò che abbiamo perduto quest’anno è stata una società che non meritava di essere amata. Le tragedie donano consapevolezza alla vita di chi rimane, e credo che siamo tutti cosapevoli di quanto questo mondo moderno sia un fallimento, artificioso e fraudolento Eden edificato sulla credulità del progresso infinito.

Se intendiamo le nostre vite non soltanto come mere rappresentazioni carnali sappiamo che le nostre azioni rimarranno su questa terra a dispetto della nostra dipartita, e questo vale sia che si abbia fede o meno: chiamatela anima, atomi, energia oscura o come vi pare a seconda delle vostre convinzioni, in ogni caso qualcosa di noi resta. Compito dell’umanità è sempre stato quello di tramandare Simboli, e da ché si computa la vita umana sulla terra viviamo delle conoscenze e delle Tradizioni di chi ci ha preceduto; siamo circondati di Simboli archetipici in maniera talmente subliminale da non rendercene nemmeno conto.

Abituati come siamo a dipendere dalla razionalità cataloghiamo ogni cosa sia indipendente dalla nostra volontà come un riempitivo, qualcosa che semplicemente fà da sfondo alle nostre vite. Che cos’è mai l’arte – retaggio ancestrale – se non qualcosa che può esser validata unicamente se compresa? Cosa sono i musei e le gallerie d’arte se non ambienti che permettono di sostentare i cosiddetti artisti? E i teatri, e i cinema? Aspetti superflui della nostra vita, di sicuro non indispensabili per la sopravvivenza umana.

Il 2020 ha rappresentato l’ultima esposizione, l’ultima esibizione di molti artisti che ci hanno lasciato in custodia opere che dovranno essere tramandate, testamenti fisici di doni che stanno aldilà della razionalità; ma al loro commiato non hanno potuto assistere spettatori poiché senza biglietto, o senza una seggiola da cui godere qualcosa di magico, di posti a sedere e di aulee da riempire ve n’erano tante, ma le fredde e bucoliche istituzioni hanno vietato loro di godere dell’arte. Mai nella storia si è assistito, in presenza di fatti immensamente più gravi, all’impedimento forzoso da parte di qualsivoglia istituzione volta a negare l’arte ai cittadini.

Per anni abbiamo assistito allo svilimento della cultura in questo paese; abbiamo subito la trasformazione dei musei in luoghi di propaganda patrocinati da qualche ignorante (della bellezza) filantropo; abbiamo constatato la riduzione del teatro a sfoggio intellettualoide; abbiamo visto il cinema diminuire la sua dimensione a scatoletta multiuso; abbiamo udito la musica uniformarsi agli slogan pubblicitari. Siamo stati convinti addirittura che l’artista sia da considerarsi semplicemente come un lavoratore dello spettacolo – quasi che arte e intrattenimento siano la stessa cosa – uno a cui si debba garantire uno stipendio in base alle ore del suo tempo spese per “creare”. Abbiamo pianto di rabbia e vergogna mentre assistevamo a dozzine di dubbi personaggi che elemosinavano aiuti economici in talk show patinati, e gli artisti a maledire un paese che ha dato i natali alla civiltà e all’arte finito a far da elemosiniere a puttanieri d’avanspettacolo.

Ma mai eravamo giunti ad un punto così basso, chiudere i musei ha sancito come l’arte sia sacrificabile in quanto non indispensabile alla sopravvivenza; c’è da chiedersi se chi sia giunto a tali decisioni sia umano oppure un insensibile pezzo di merda rancoroso, magari incapace di perdersi nei sentimenti e nella bellezza di un dipinto, nelle forme scultoree dei marmi, nella mimica di un emozione, nei suoni melodiosi dell’universo, perché cosa cazzo è la vita e cosa ce ne facciamo della salute se non possiamo allietare lo spirito, se non possiamo far da testimone alla scintilla creativa di chi ha in dono l’estro artistico, se non possiamo tramandare le opere, e le nostre vite intrecciate a quelle opere, ai posteri? Val bene una vita spesa dietro logiche scientiste? Io dico di no, alla mera sopravvivenza preferisco vivere.

CulturaIdentità ha promosso una campagna di sensibilizzazione per ridestare nell’animo imbambolato delle persone la volontà di riaffermare l’arte come perno vitale della nostra esistenza; abbiamo deciso di aderirvi pienamente ma alle nostre condizioni. Alla proposta di fare un selfie nei pressi di un museo con un cartello richiamante la loro iniziativa, abbiamo adottato una via diversa ma egualmente significativa. Benché ci vorrebbe una sferzata Futurista fatta di dinamite e tritolo volta a distruggere il concetto di museo imperante in questa nauseabonda modernità, comprendiamo ed appoggiamo chi vede in queste istituzioni il simbolo da difendere e rinnovare per ricalibrare il bisogno di arte che questo paese, e noi tutti, si ha necessità di soddisfare.

Alla foto dei nostri faccioni preferiamo farci di lato e condensare questa iniziativa con il simbolo del nostro veliero targato God Save The Vintage; troppo spesso si dimentica che la decadenza dei musei e del concetto di arte sia corresponsabilità di tutti noi, talmente presi da frenesie individualiste che preferiamo inficiare con la nostra presenza inebetita istantanee che dovrebbero catturare su cellulosa attimi impareggiabili, esplicati dalla viva arte. Molto modestamente ci facciamo da parte per vivere e assaporare questi momenti, non per dichiarare ai quattro venti che siamo vivi unicamente intromettendo la nostra persona sopra ogni cosa.

Senza alcuna paura ci dichiariamo Conservatori – non potrebbe essere altrimenti, esponiamo tale spirito a partire dal nostro marchio Vintage – e più volte umilmente ci siamo sentiti tanto ribelli quanto rivoluzionari, in quanto assolutamente contrari al conformismo e alla cerulea bontà moderna; indaghiamo ogni giorno su noi stessi, ma non veniamo mai meno ai principi e al compimento del destino che dovrebbe accomunare ogni umana esistenza, quale il tramandare ciò che deve mantenersi perché la società si evolva, innovando e non progredendo. Noi Siamo e Viviamo ciò che tramandiamo, e non abbiamo timore di dirlo a muso duro, e di mordere, se necessario.

Chiuso il 2020 e in prossimità del 2021 abbiamo la certezza solo che il tempo dell’ignavia è giunto al termine; rinnoviamo il nostro saldo schieramento e continueremo a combattere una battaglia persa, fiduciosi del fatto che alla lunga la guerra si concluderà in ben altro modo. Siamo vicini a tutti gli artisti, all’individualismo sfrenato proponiamo come alternativa una corporazione perché sono gli ideali, e non vuoti personalismi, a contare in questo mondo alla rovina; continuate a fare arte, continuate a donarci arte e confidate nel fatto che qualcuno, fuori dal vostro studio, sopra ai vostri disegni, comprende le vostre difficoltà e supporta quello che fate per voi stessi e per noi povere anime inghiottite da questa grigia realtà.

Partecipate all’iniziativa di CulturaIdentità e alla nostra come meglio credete, mettete le vostre opere accanto alla dicitura “Il contagio della cultura non uccide”, oppure semplicemente ignorateci ma persistete nel creare la vostra arte. Non mollate. Il veliero di God Save The Vintage continuerà la sua navigazione fino a quando la nostra, e la vostra, voce non giungerà a scrostrare l’intonaco dalle stanze dei grigi burocrati.

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