Avete mai provato, chessò, a far entrare a forza “Il profilo della ragionevolezza” di G.K. Chesterton dentro un formicaio?

Probabilmente vi starete chiedendo come faccia un libro ad entrare in un formicaio – ammesso e non concesso che abbiate capito che mi sto riferendo ad un libro di quelli brossurati, mica ad un ebook – ma questa non è la domanda corretta; d’altronde sono pronto a scommettere che non vi siete chiesti nulla del genere nemmeno leggendo o guardando la trasposizione filmica di IT, avete presente, quel racconto del buon Stefano Re dove una strana creatura se ne stà sotto i cordoli dei marciapiedi ad usufruire dell’offerta hall you can eat di Derry? Certo che no, sicuramente avrete preso per assolutamente credibile una situazione grottesca e inverosimile, sicuri di come questa predisposizione mentale vi avrebbe condotti nei meandri immaginifici dell’autore, atto ineludibile quando ci si vuole approcciare ad opere creative fantastiche; siamo tutti d’accordo che la sospensione dell’incredulità stà alla base della comprensione e della conseguente accettazione necessaria per “galleggiare” – ops, volevo dire “immergersi” – nelle storie cui assistiamo come spettatori.

A questo punto abbiamo compreso che non ci interessa capire perché Pennywise sia finito là sotto, e nemmeno se sia possibile o meno infilare un libro in un formicaio; quello che conta è accettare questi fatti per comprendere, aldilà delle metafore, quello che un’autore vuol spiegarci. E io vorrei spiegare ciò che penso della società umana, e per farlo quale esempio migliore di un formicaio? La nostra libera società vive altresì attuando rigide schematizzazioni, laddove divide equamente – seee – le varie classi di riferimento, che devono far prosperare lo Stato attraverso il lavoro, la produzione e le pazze spese dettate dalla propensione a buttare via i dindini sudati lavorando; non ci si deve domandare nulla, bisogna solamente perseguire una rigida rotta impostaci per soddisfare le necessità di un obeso bambinone egoista e capriccioso, quale è diventato in fin dei conti lo Stato.

Una volta raggiunta la giusta età via a calci in culo a lavorare, alle prese con lavori spesso alienanti, ripetitivi e monotoni – giusto per estraniarci dalla scintilla creativa sopita in noi – ma in cambio possiamo divertirci, spendere, andare in vacanza e pure scegliere l’arredamento di casa nostra; ma, ehi, sempre permanendo all’interno di rigidi schemi, per cui pure la libertà concessaci sà tanto di scelta opzionale…oppure potete permettervi di fare queste attività divertenti quando vi pare, e non quando invece vi viene concesso di farle?

Ovviamente vi sono dei doveri, giustamente, infatti non metto in discussione questi…semplicemente mi domando verso chi sia giusto osservarli, e quando mi fermo a respirare questa società, ecco, capisco che non sia giusto osservarli per essa; una società irregimentata da uno Stato che andrebbe rinnegato, un moloch, un leviatano, un abuso esistenziale da disconoscere. E non mi venite a parlare di politica siori, queste considerazioni con la politica non ci azzeccano nulla dal momento che sto riflettendo sulla VITA, e quanto lontana è la VITA dalla forma politica di questo Stato che riconosce al posto di essa soltanto un ciclo produttivo?

Viviamo come formiche, dentro grandi formicai – sempre più grandi e sempre meno accoglienti – con la testa china a seguire un ciclo vitale stabilito dallo “Stato!?” e … vi ricordate cosa avete letto ad inizio paragrafo? Ecco, è il momento di sospendere l’incredulità e pensare al formicaio e alle formiche non come ad insetti e realtà biologiche da spiegare scintificamente, bensì a come ebbe modo di pensarle la DreamWorks sviluppando Z la formica. Diavolo, quel film è un trattato sociologico in CGI. Qualcuno ricorda l’esistenza dell’animazione matura in grado di far riflettere il bambino che ne ammira i contorni in tv? E quanto queste animazioni hanno ancora da insegnare, una volta viste con gli occhi di un adulto.

Z – creato ad immagine e somiglianza di Woody Allen che ne dà la voce – è una formica nevrotica, ansiosa, perennemente incline alla depressione che non riesce ad accontentarsi della vita che, a differenza sua, le altre formiche accettano entusiaste o con muta rassegnazione; ad inizio film si assiste ad una sua seduta dallo psico-terapeuta, e voglio riportarvi uno stralcio di ciò che dice:

“E il mio lavoro, poi. Non mi faccia incominciare, perché mi irrita molto. Vede, io non sono tagliato per fare l’operaio, glielo dico subito, io, mi-mi sento fisicamente inadeguato, cioè, io nella mia vita non ho mai sollevato qualcosa che andasse oltre 10 volte il mio peso corporeo e arrivare al dunque: maneggiare la terra, ecco, non è la mia idea per una carriera gratificante. E tutta questa colata di entusiasmo per il super organismo che, sa non posso capire, ci provo ma non la capisco, insomma, io dovrei fare tutto per la colonia e, e che ne è dei miei sogni?! Che ne è di me?! Insomma, devo credere che esista un posto là fuori migliore di questo o mi raggomitolerei in posizione fetale e piangerei! L’intero sistema mi fa sentire… insignificante”.

Parlavamo di sospensione dell’incredulità, pratica comune a livello inconscio nei bambini, infatti ai tempi ridevo di una formica depressa dallo psico-terapueta, mentre ora da adulto ci rido molto meno, perché su quel lettino, idealmente, ci stiamo tutti noi figli di questa società; la depressione, le nevrosi e l’ansia sono le malattie del nostro secolo, e guardacaso vengono massimizzate per colpa del “formicaio” in cui viviamo; Z ha da insegnarci molto perché lui arriverà addirittura a salvare il suo amato/odiato formicaio, trovando altresì motivazioni diverse da quelle che il suo ruolo gli imponeva, assolvendo i suoi doveri verso le persone cui voleva bene e non verso un formicaio irriconoscente ed alienante. Z è la storia di una persona che trova il suo posto nel mondo a dispetto della società in cui vive, e che per difendere quel posto adempie a doveri che finalmente si ricongiungono al suo volere.

E sono sicuro che, se ne avessi avuto la possibilità, magari in un sequel, avrei cercato di buttare nel suo formicaio il libro di Chesterton, cosicché, fra le pagine del sant’uomo, Z avrebbe trovato il modo per valorizzare la sua vita e quella degli altri, cambiando la sua società un attimo prima di torcere il collo allo Stato leviatano.
Il buon Chesterton è l’anello che manca, in qualità di narratore, alla fine della pellicola per stravolgere un ordine imposto con la menzogna, dove tutti lavorano per un padrone, o per più padroni, senza poter diventare padroni di sé stessi; Chesterton e le innovative tesi del Distributismo aiutano a pensare ad un alternativa al grigiore delle nostre vite, dove tutto segue predissequamente un ciclo prestabilito, e la sua prosa ironica, piccante, favolosamente scorretta, induce il lettore a profonde analisi su quanto in realtà sia disposto a sopportare nell’odierno “formicaio”.

Tesi scritte più di ottant’anni fà, a dimostrazione che il passato, il Vintage, sia contiguo al presente che viviamo. Le idee, immortali, sopravvivono e si rinnovano sempre, anche a dispetto di chiunque tenti con l’alienazione produttiva di incatenare le persone, sfiancate da un collare i cui anelli sfregano nelle egoistiche mani del padrone di questo destino, unico o tanti che siano.

Z avrebbe letto voracemente le pagine vargate da Chesterton, figura prolifica pure nella narrativa – e chissà che vi scriverò mai di padre Brown, sua creatura – e probabilmente avrebbe fatto sue quelle rivelazioni. Noi, Vintaggiati della storia, lavoriamo affinché tante piccole proprietà siano in grado finalmente di piegare il monopolio, capace a sua volta di piegare la società e lo Stato al suo dominio, per liberare la scintilla creativa che risiede in ognuno di noi. Che la lezione di Chesterton riecheggi potente fra chi come noi brama il destino nelle proprie mani, mentre vi lascio con le ultime parole di Z, in attesa, chissà, di un sequel che cambi il corso degli eventi in ogni singolo “formicaio” esistente.

“Perciò che altro posso dirvi? Abbiamo ricostruito la colonia; è ancora più bella di prima, sapete, perché ora c’è una grandissima piscina al coperto. Bala e io incidentalmente stiamo pensando di mettere su famiglia. Insomma, solo qualche figlio, forse un milione o due, tanto per cominciare. E io, io sono in cura da un nuovo analista, favoloso, assolutamente favoloso; mi sta mettendo in contatto con la mia larva interiore, il che mi aiuta moltissimo. Insomma, finalmente sento di aver trovato il mio posto. E sapete una cosa? È proprio dove ho cominciato, ma la differenza è che questa volta l’ho scelto io”

Lieto fine o fine lieta, giudicate voi