Kjetil Nasopiatto è tornato alla Royal Rumble

Provate a pensare che cosa provereste se qualcuno vi dicesse che non potrete più fare ciò che amate; che continuando su quella strada rischiereste la menomazione fisica, se non la morte stessa; che quella che credevate essere l’unica attività per la quale siete venuti al mondo potrebbe essere causa della vostra prematura dipartita…ecco, che cosa provereste? Sconforto, rabbia, disperazione, rassegnazione e cos’altro? Un’inesauribile gamma di emozioni contrastanti, la convinzione di aver concluso una parte di vita ormai irripetibile e l’abisso dell’incertezza che si apre innanzi a voi, così improvvisamente sopraggiunta a peggiorare la situazione.

Eppure bisogna reagire, non si può indugiare sugli allori altrimenti la vita non vi aspetta e se ne và per conto suo… e se poi quell’attività che tanto amavate svolgere aveva a che fare con lo sport, ed oltre alle soddisfazioni vi ha permesso di raggranellare un bel gruzzolo, tanto meglio no? Avreste infinite possibilità di fronte a voi per reinventarvi. Questo è ciò che penserebbe chiunque; o forse no.


Nello sport, presto o tardi, la carriera agonistica termina per sopraggiunti limiti di età e bisogna accettare di ritirarsi – poiché lo richiede il corpo ormai provato da dure battaglie e incapace di rispondere a determinate prestazioni – e benché sia difficile da accettare tutti coloro che praticano attività agonistiche si ritrovano a dover compiere questa scelta: farlo, come si dice in gergo, a pancia piena e con tutte le dovute soddisfazioni del caso limita il dispiacere del ritiro. Ma se questo ritiro avvenisse come un fulmine a ciel sereno, senza permettere all’atleta di poter organizzare un degno commiato e lasciando un vuoto dentro lui incolmabile, quale sarebbe il miglior modo per affrontare una scelta così sofferta?

Kjetil flatnose fra il gelo e la neve di un fato già segnato

Kjetil flatnose (nasopiatto) è un membro rispettabile della comunità vichinga di Kattegatt, ottimo guerriero e infaticabile contadino tanto da garantire in premio ai suoi servigi un ottimo status sociale alla propria famiglia, privilegio ottenuto grazie anche alla profonda lealtà dimostrata nei confronti della famiglia Lothbrock; ha combattuto lungamente fianco a fianco con Re Ragnarr per garantirsi quell’appezzamento di terra che con sudore e sacrificio vede ora germogliare di cibo e prosperità. Ma Kjetil è inquieto, non si dà pace, vorrebbe tornare a fare ciò che più amava fare, combattere, ma non può perché ora ha altre questioni a cui badare e deve rinunciare alla parte più ferina della sua indomabile natura.

L’aria di Kattegatt si fà irrespirabile per le sue ambizioni, ogni giorno che passa in quel posto per lui è un tormento: così vicino a ciò che amava fare, ma impossibilitato a farlo. Così decide di seguire Floki, convinto che peregrinando per i mari sarebbe riuscito a trovare casa, una nuova casa lontano dai suoi dispiaceri, per potersi dar pace incominciando una nuova vita.

Ma neanche a distanza da quel mondo tanto amato e sotto ad una nuova veste Kjetil riesce a trovare la felicità; i giorni di gloria sono passati da tempo e nulla di ciò che ha fatto è valso a lenire quel vuoto, quel dolore che ne incupisce lo spirito. E come se quella maschera, quella nuova identità che si è costruito venisse meno: ogni giorno che passa quello che serba nel profondo del suo cuore si avvicina alla superficie; i suoi capelli così lunghi, così come la sua barba, e il suo naso piatto frutto di qualche espediente al trucco cominciano ad andargli stretti. Si sente pronto per stracciare quelle vesti, lasciare quell’artificio cinematografico e quei fondali norreni per tornare a fare ciò per cui è stato destinato fin dalla nascita: combattere. Kjetil flatnose esce dal mondo di Vikings, e Adam Copeland rinasce dalle ceneri di Kjetil flatnose.

Talvolta il fato si piega alla ferrea volontà, di tornare a respirare ancora una volta

Nove lunghi anni, un’Odissea e tanta sofferenza dopo Adam Copeland ritorna a vestire i panni del personaggio che ha interpretato per tanti anni consacrandosi nella storia dello sport-spettacolo per antonomasia, il pro-wrestling; e lo fà, per ironia della sorte, partecipando ad una i quelle mischie che tanto bramava quando vestiva i panni del vichingo nerboruto:
26 Gennaio 2020, all’evento WWE Royal Rumble risuona “Metalingus” degli Alter Bridge, e con il numero 21 fà il suo ritorno, o meglio compie la sua rinascita:

EDGE

Ho già raccontanto in passato fatti legati al wrestling tracciando parallelismi con tematiche più inerenti al sito, e in questo caso voglio mettervi in chiaro che tratterò quando, e se avrò voglia, ancora di wrestling in futuro; quello che voglio fare è cercare di far comprendere come questa disciplina sia molto prossima a ciò che normalmente appassiona i nostri seguaci, ed è molto più vicina ad esprimere ciò che questo sito in parte rappresenta di quanto non si riesca a credere.

Il wrestling è una forma d’arte multi-disciplinare su base sportiva che attinge a piene mani alla forma teatrale del racconto scenico, laddove porta in scena delle storie, dei racconti, abilmente interpretati da super-atleti il cui compito è rappresentare uno scontro tra bene/male schematizzato da gimmick (personaggi) ben caratterizzati, che battagliano per le cause più disparate, vuoi per dei fini più virtuosi (face), vuoi per fini puramente egoistici (heel).

Lo scopo principale di tale disciplina è intrattenere raccontando storie che coinvolgono vari aspetti della vita e uno spettro infinito di emozioni, dalla lotta per il successo, ai tradimenti, alle alleanze, alla redenzione dopo la caduta, al precipitare nella disperazione; insomma, il wrestling vive portando in scena tante maschere quali sono quelle umane, realizzando la sospensione dell’incredulità, ovvero chi vi assiste si sente parte di un mondo fuori dall’attualità e dalla realtà e partecipa attivamente ad una catarsi collettiva, esattamente come accade ad un qualunque fruitore di arte. Si guarda il wrestling come se si leggesse un fumetto, un libro oppure si assistesse ad un serial TV.

L’incomprensione del pro-wrestling spesso fà sì che chiunque si trovi ad assistere a tale show rimanga perplesso e ne ridicolizzi i vari aspetti, semplicemente perché guarda lo show con gli occhi di chi segue uno sport a tutto tondo. Ecco l’errore, l’incapacità di comprendere ciò cui si stà assistendo sfocia nella derisione della disciplina, sbeffeggiata unicamente perché vista partendo da un’errata concezione dello stessa.

Questo perché nel wrestling lo sport è solo una parte dell’insieme che concorre a formare la disciplina, e il lato sportivo e atletico è un mezzo ma non il fine della disciplina stessa. Trovo che chiunque sia appassionato di ciò che analizziamo su queste pagine sia il soggetto ideale per comprendere questo sport-spettacolo e apprezzarlo per ciò che è: un fine in grado di appassionarci e cullarci aldilà delle tensioni quotidiane come qualsiasi altra forma artistica. Seguendo le cosiddette faide e tifando per il face (buono) e fischiando l heel (cattivo) di turno assistiamo a storie che parlano di vendette, tradimenti, cadute nel baratro, trionfi, sacrifici e tutto ciò che lo scibile umano ha da proporci, proprio come una rappresentazione teatrale, ora commedia ora tragedia.

Ve la sentite ancora di definire tutto ciò “finto”? Le emozioni che proviamo anche di fronte a qualcosa di artefatto o rappresentato sono finte? Queste pulsioni, quelle persone che sono dietro ai personaggi sono “finti”? Direi proprio di no.

Partendo quindi da una famosa serie TV ho cercato di farvi addentrare al meglio nelle dinamiche che chiunque voglia approcciarsi al wrestling deve considerare. Chiaramente può non piacere ugualmente, ma sicuramente lo guardereste sotto un’altra prospettiva rispettando chi si spezza la schiena per intrattenere folle di appassionati. Perché ho scelto come esempio una serie TV come Vikings, che per tematica è lontano dal Wrestling (anche se pure lì abbiamo i Vichinghi)? Ora ve lo spiego:

Adam Copeland, in arte EDGE, dopo un’esaltante carriera nella più importante federazione di sport spettacolo al mondo, la WWE, è costretto improvvisamente al ritiro; la diagnosi è implacabile: stenosi cervicale. Anni e anni di bump (cadute/colpi) e incontri a stipulazione speciale hanno lasciato il segno sul già martoriato corpo di Adam: se non si ritira un colpo ricevuto senza riguardi potrebbe condurlo alla paralisi, o peggio…per l’uomo dietro al personaggio è una scelta straziante…il ritiro in mondovisione senza trattenere le lacrime è per gli appassionati un duro colpo da digerire, ma per lui è anche peggio. Adam ha sempre, come un vero appassionato della disciplina e un vero professionista, anteposto alla sua incolumità la voglia di regalare scene memorabili al pubblico anche se questo costava dolori e sacrifici; trovarsi impossibilitato a proseguire la sua carriera per infortunio, sapendo che non sarebbe mai più potuto tornare, lo distrugge.

Per fortuna la famiglia e gli amici lo sostengono, e lui decide di rifiutare la possibilità di rimanere nella federazione..troppo dolore guardare quel quadrato dagli spalti. Così decide di cotruirsi una nuova carriera e si dà alla recitazione, abilissimo già da wrestler e considerato uno dei migliori cattivi di sempre in questo campo, e arriva a ritagliarsi uno spazio importante come Kjetil flatnose in Vikings…ma questo personaggio, questa gimmick stà stretta ad Adam, che vuol ritornare ad essere EDGE.
Miracolo o no, dopo nove anni e con quarantasei primavere sulle spalle i medici gli concedono la possibilità di tornare a competere: lui ci ha sempre creduto, si è sempre allenato per un ritorno impossibile, per poter concludere degnamente la sua carriera…lui contro tutti, l’opportunista supremo (soprannome che lo identificava) ancora una volta coglie lo spiraglio e ottiene l’impossibile: sveste i panni del vichingo per vestire quelli molto più appropriati di EDGE.

E così si conclude questa storia di cadute, tormenti, voglia di rivalsa e determinazione che ci permette di guardare l’uomo e le emozioni dietro la maschera del personaggio, che ci concede di assaporare quello che il wrestling è in grado di donare alle persone che decidono di dare un’opportunità a questa fantastica disciplina, lasciandosi raccontare quelle storie che in realtà sono pezzi di vita prestati allo spettacolo..
“You think you know me…” recita Metalingus, canzone degli Alter Bridge che accompagna l’entrata in scena di EDGE, “tu pensi di conoscermi…” e invece no, nessuno conosceva veramente Adam Copeland, la persona che ha saputo far risorgere il Wrestler.

E se ancora nutrite dei dubbi e criticate questa disciplina per partito preso, andate sul tubo e cercate il momento dell’ingresso di EDGE alla Rumble, e provate ancora a sostenere che l’emozione sul suo viso e la sua prestazione siano “finte”…in tal caso, non so cosa ci facciate su questo sito.

Welcome Back EDGE

Spoiler: un anno dopo

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