L’intervento italiano nella guerra Mahdista

di Marco Zumbo


Se avete visto il film “Le quattro piume” di Shekhar Kapur, avrete già intravisto la ribellione anti britannico-egiziana che travolse il Sudan sul finire del diciannovesimo secolo. Ma al di fuori della prestanza cinematografica di attori come il trapassato Heath Ledger, il contesto della guerra Mahdista fu un feroce scontro tra i rivoltosi capeggiati da Mahdi Muhammad e le truppe egiziane, quest’ultime sostenute ovviamente dalle truppe britanniche. Quello che però sanno in pochi è l’intervento dell’Italia nel conflitto, seppur in piccola parte, la cui colonia Eritrea confinava proprio a sud del rivoltoso Sudan. Tale avvenimento palesò senz’altro una grande dimostrazione di coraggio da parte italiana contro un nemico numericamente superiore, ma prima di parlarne è giusto spiegare un minimo il contorno di tutto ciò che portò l’impero Britannico e l’Egitto a combattere contro quei ferventi combattenti anti colonialisti.


L’invasione egiziana

Nel 1819 l’Egitto filo-ottomano invase per ordine del governatore egiziano Mehmet Ali i territori settentrionali del Sudan, tagliando di netto lo stato africano e causando un evidente situazione di intolleranza da parte della popolazione autoctona e dai mercanti che si ritrovarono a dover pagare una maggior elevazione delle tasse doganali.

Muḥammad Aḥmad

La situazione raggiunse il limite nel 1881, quando il governatore del Sudan Raʾūf Pascià ordinò a due compagnie di fanteria di arrestare Muhammad Ahmad, predicatore mussulmano che si insediò a Khartoum, riunendo un ragguardevole numero di seguaci ed iniziando ad invocare la liberazione del Sudan ed un rafforzamento delle leggi imposte dal corano. I soldati vennero però cacciati ferocemente, impedendogli quindi di arrestare quell’uomo che si era nominato nel mentre come Mahdi, ovvero il redentore dell’islam. Da quel momento in poi una serie di battaglie e un considerevole aumento di sostenitori della Jihad, quest’ultima invocata dallo stesso Mahdi, costrinse le truppe egiziane a ritirarsi sempre più, portando infine l’intervento delle truppe britanniche che nel mentre stava assoggettando diplomaticamente l’Egitto che si trovava economicamente in difficoltà.

Le truppe anglo-egiziane dovettero affrontare un duro colpo all’inizio del conflitto

L’intervento militare di sua maestà però si concluse inizialmente con una cocente sconfitta, costringendo anche questi ultimi a ritirarsi e portando le truppe anglo-egiziane ad abbandonare il Sudan nel 1885 senza più un piano di contrattacco.

L’italiano che riaccese il conflitto

Tra i molti prigionieri cristiani e anglo-egiziani detenuti dalla vittoriosa rivolta (che però vide nel 1885 la morte dello stesso Mahdi per tifo), un certo padre Giuseppe Ohrwalder, un missionario cattolico di Lana, nel Trentino-Alto Adige, riuscì a fuggire dai suoi aguzzini sudanesi e ritornò in Italia nel 1891, dopo ben dieci anni di prigionia. Qui decise di scrivere la tragica esperienza vissuta in Sudan, pubblicando quindi il libro I miei dieci anni di prigionia: rivolta e regno del Mahdi in Sudan” e riportando, involontariamente, in auge la ferita che gli inglesi avevano ricevuto pochi anni prima contro i ribelli. Dopo la sua traduzione in inglese e dopo aver incitato il popolo britannico ad una rivalsa, l’esercito di sua maestà si riorganizzò e il 18 marzo 1896 le truppe ritornarono in Sudan, affrontando un nemico che ora non poteva contrastare le nuove e letali mitragliatrici Maxim.

L’intervento italiano

Truppe italiane in azione

Confinante a sud con il Sudan, l’Eritrea era da poco divenuta colonia italiana e contemporaneamente una preda ambita dai rivoltosi mahdisti. Difatti già nel 1890 un migliaio di Dervisci, dopo aver raso al suolo una tribù alleata degli italiani, tentarono di avanzare nell’entroterra eritreo ed il 27 giugno dello stesso anno si trovarono a fronteggiare presso Agordat 230 uomini sotto il comando del capitano Gustavo Fara, che seppur in inferiorità numerica portarono il nemico ad una tragica ritirata.

Gustavo Fara
Giuseppe Arimondi

Ancora nel 1893 vediamo i mahdisti tentare un’espansione militare in Eritrea, ritrovandosi questa volta ad affrontare, sempre ad Agordat, con all’incirca 14.000 uomini, poco più di 2000 truppe sotto il comando del colonnello Giuseppe Arimondi, famoso ufficiale che perderà pochi anni più tardi la vita nella disastrosa battaglia di Adua. Ma se anche in questo caso la superiorità numerica era schiacciante, le truppe italiane, di maggioranza Ascari, causarono una seconda ma più imponente sconfitta al nemico e guadagnarono contemporaneamente la prima vera grande vittoria del regio esercito italiano da dopo l’unificazione.

Con un inevitabile indebolimento delle truppe Dervisce, nel 1894 il governatore dell’Eritrea, il generale Oreste Baratieri, organizzò ben presto una spedizione verso i territori ribelli, arrivando il 16 luglio 1894 con 2600 truppe presso la città di confine di Cassala, conquistandola dopo una debole resistenza nemica. Lasciata una guarnigione presso la città, il generale Baratieri ritirò il grosso delle truppe per preparare un contrattacco ancora più massiccio per sostenere le truppe anglo-egiziane a nord. Ma l’impero britannico, già in competizione con la Francia per la corsa al colonialismo in Africa, temette l’ambizione italiana di espandersi anch’essa nel sud del Sudan, rifiutando quindi la proposta d’aiuto e costringendo quindi il contingente italiano a rimanere a Cassala.

Ascari in azione

Nonostante ciò le truppe italiane non rimasero di certo con le mani in mano: a febbraio del 1896, proprio durante la guerra tra italiani ed etiopici, l’esercito Mahdista assediò la città di Cassala con circa 5000 uomini e alcuni cannoni di preda bellica per tentare di ricacciarli verso il confine eritreo. Si ritrovarono però nella totale confusione quando la notte del 2 aprile la colonna del colonnello Francesco Stevani, arrivata pochi giorni prima a sostegno degli assediati, attaccò sul monte Mokram i cannoni nemici e li costrinse alla fuga.

Con i Dervisci rintanati presso il loro accampamento a Tucruf, il grosso delle forze italiane a Cassala tentò un contrattacco alla suddetta base nemica. Questa volta però Stevani, vedendo la veemente difesa avversaria, preferì evitare ulteriori perdite e fece ritornare ordinatamente i propri uomini presso la città. Ma se nonostante l’attacco non distrusse i mahdisti, quest’ultimi preferirono non rischiare ulteriori contrattacchi e abbandonarono infine l’assedio, lasciando alla guarnigione italiana la città fino alla consegna della stessa agli anglo-egiziani alla fine del conflitto.


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