Luisa Zeni; la Mata Hari dello spionaggio italiano

Di Marco Zumbo

Con lo scoppio della prima guerra mondiale lo spionaggio italiano iniziò ad affrontare i suoi primi veri ostacoli per la riuscita della guerra di trincea. Affrontando non solo un nemico già più esperto in tale settore, L’Impero Austro-Ungarico, ma persino una guerra di arrampicatori sociali al proprio interno (pratica purtroppo ancora visibile in Italia), L’Ufficio Uno dello spionaggio poté comunque contare su un elevato numero di irredentisti pronti a tutto pur di combattere per la causa italiana.

Per irredentisti s’intende tutti quei cittadini sotto il dominio asburgico che però rivendicavano uno spirito totalmente italiano, prevalentemente residenti nei territori di Trento, Trieste, Istria e Dalmazia. Molti di essi, come i ben noti Giovanni Battisti e Tullio Marchetti, Già da prima dello scoppio del conflitto si adoperarono in collaborazione con lo spionaggio italiano per tentare di organizzare l’inevitabile scontro che avrebbero ben volentieri avviato per far si che quegli ultimi lembi di terra sul confine tornassero territorio d’Italia. Basti solo pensare ai giornali irredentisti (come “Il Popolo” dello stesso Battisti), alle bande armate e ad alcune rapine in banca attuate per racimolare i denari utili al procedimento dei piani filo-italiani. Tutte battaglie, violente o meno, che venivano costantemente sorvegliate ed attaccate dall’Evidenzbureau, l’intelligence austro-ungarica.

Dopo anni di tensione e dopo una fin troppo debole alleanza tra il nostro paese e l’antico nemico asburgico, si arrivò infine all’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Ciò diede il via non solo alle guerre di posizione e al reciproco spargimento di sangue sui campi di battaglia, ma soprattutto ad un intricato e pericoloso via vai di agenti pronti a tutto pur di scovare anche i più piccoli dettagli utili e nascosti del proprio nemico, in favore della propria nazione. Ed una di questi agenti, almeno per quanto concerne il lato italiano, fu Luisa Zeni.

Luisa Zeni. La spia che venne dal freddo - trentinomese
Luisa Zeni
i presidenti
Tullio Marchetti

Luisa nacque ad Arco sul finire del 1800, figlia di quei territori sotto la dominazione asburgica ma con una forte identità italiana. Allevata dal padre fabbro e dal nonno, ex garibaldino, nel 1915 ebbe modo di dimostrare il suo ardimento ed il suo patriottismo quando poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia venne contattata dal “James Bond” italiano dell’epoca, ovvero Tullio Marchetti. Quest’ufficiale del regio esercito e membro dell’ufficio 1, necessitava di un agente che risalisse la valle dell’Adige, superasse il Brennero ed infine raggiungesse Innsbruck, il tutto camuffandosi in quel via vai di civili che, con lo scoppio della guerra, si stava impegnando per raggiungere una parte o l’altra del fronte. Luisa non ci pensò due volte ed accettò senza remore, venendo infine equipaggiata con qualche soldo per vivere e soprattutto con l’inchiostro simpatico, importantissimo per contattarlo segretamente durante la sua infiltrazione in pieno territorio nemico. Tali future lettere infatti, sarebbero state infine inviate presso alcuni recapiti sicuri in Svizzera e controllati da un altro agente di Marchetti, il barone Silvio a Prato di Segonzano. Presa infine la falsa identità di Josephine Muller, tedesca in fuga dall’Italia per tornare in territorio amico, si preparò alla partenza dominata da, come scrisse nella sua biografia “Briciole”,

Un desiderio prepotente di darmi tutta all’Italia nostra

Luisa Zeni

Lasciata Milano il 22 maggio, pochi giorni prima l’entrata in guerra, raggiunse Peri (Trentino) e da li proseguì verso il confine, dove l’inizio del conflitto stava già lasciando i primi segno come ponti saltati in aria, civili in fuga e movimenti massicci di truppe. E mentre il cammino proseguiva Luisa osservava qualsiasi cosa gli passasse all’occhio, salvandosi mentalmente ogni postazione austriaca superata, ogni fortificazione localizzata, ogni soldato avvistato. Durante il tragitto viene inevitabilmente fermata da alcuni soldati austro-ungarici ed una volta persino condotta presso un ufficio di comando stazione , ma grazie alla sua conoscenza del tedesco e alla sua bellezza riuscì a convincere i soldati che la lasciano passare, permettendogli di arrivare ad Innsbruck il 24 maggio con piccoli appunti e indirizzi d’agenti nascosti dentro i bottoni della giacca.

Immagine 1 - Innsbruck 1915 Cartolina 100% Animata, usata con 1 francobollo, Via Maria There
Cartolina di Innsbruck

Raggiunta la città in mezzo a profughi di paesi confinanti come Riga, Ledro, Nago, Torbole, Loppio, Mori e persino la sua Arco, riesce persino ad alloggiare presso l’Union Hotel, proprio l’albergo dove lo stato maggiore austriaco si era posizionato; una coincidenza molto vantaggiosa per una spia, ma allo stesso tempo pericolosa, vista la possibilità maggiore di essere identificata. Nonostante ciò Luisa inizierà ad annotare sempre più ogni cosa che vede ed ogni parola che sente, fingendosi l’ingenua ragazza che guarda sognante le nuvole ma che invece utilizza l’inchiostro simpatico per scrivere dettagliatissimi resoconti da mandare agli agenti di Marchetti in Svizzera. Del resto sono proprio sue le parole “mia regola stretta, costante, mai abbandonata e neanche allentata: osservar tutto senza fissar mai nulla, far anzi la distratta…“. Gira per la città ed osserva, si fa amici alcuni soldati, supera ingenuamente posti di controllo e si finge la classica ragazza tra le nuvole: la sua testa invece conta il numero di armi e fortificazioni, studia il morale della truppa e osserva grandi e piccoli movimenti di truppe. Una notevole osservatrice insomma, in grado di rendere euforico un Marchetti sempre ricoperto da informazioni.

Con il passare del tempo però la sua posizione cominciò a divenire sempre più dubbia agli occhi degli austriaci, portandoli ad avviare una serie di perquisizioni e tampinandola insistentemente alla ricerca di prove che portassero alla sua vera identità. Luisa però non si dimostrò mai stupida ed iniziò anche in quel caso ad agire, trasferendosi in una casa privata e nascondendo gli oggetti pericolosi sotto una trave del pavimento che gli agenti austriaci non riusciranno mai ad identificare durante le loro perquisizioni. Fingendosi una ragazza stupida, nascose sempre le sue paure alla perfezione, soprattutto quando vide verso giugno una folla di civili infuriati che seguivano una ragazza irredentista, o Verrater (traditore) per gli austriaci, incatenata e circondata da guardie che si dirigeva serena verso il patibolo. Una fine romantica si potrebbe dire, ma che non era minimamente negli obbiettivi della sveglia Zeni che si vedrà verso la fine di luglio anch’essa arrestata da quattordici soldati armati e portata alla Klosterkaserne.

Evidenzbureau - Wikipedia
Stemma dell’Evidenzbureau

Dopo una notte presso una fredda cella viene interrogata e posta all’inevitabile consapevolezza che gli austriaci erano consapevoli del suo falso nome. Lei però, anziché cadere nel panico, spiegò all’ufficiale che si, quello non era il suo vero nome, ma lo aveva fatto per nascondere le origini italiane e continuare a vivere nella sua patria austriaca senza essere vista malamente, una scusa che convince e che la riporta in libertà, anche se sotto stretta vigilanza. Ciò la tenne ferma solo per qualche giorno poiché decise infine di osservare da vicino alcuni reparti d’assalto a Telfs, per poi ritornare indietro ed essere avvisata dalla padrona di casa che un altro, ennesimo e probabilmente fatale arresto stava per arrivare. Conscia del fatto che non avrebbe potuto più rimanere ad Innsbruck se ci teneva alla pelle, si ritrovò con l’unica possibilità di fuggire cambiando sembianze, questa volta volta camuffandosi da rozzo uomo con il classico costume tirolese della zona. Raggiunta la campagna a piedi con passo fin troppo sbruffone si diresse presso la stazione ferroviaria di Hall, segnando quel momento della sua vita sul suo diario con l’audace frase “la morte minaccia alle spalle e la vita mi lusinga di fronte“.

Preso un treno che la portò presso Feldkirch, si ritrovò senza il salvacondotto che le avrebbe permesso di salire sul treno che l’avrebbe infine portata a Zurigo, città sicura. Ed è qui che vediamo l’ultima grande strategia di Luisa. Mostrando il classico carattere da uomo sprezzante quale si era posta, saltò la fila e sbattè sul tavolo dei controllori un inutile foglio. Cacciata in malo modo, lei si rigirò e ritornò indietro tutta impettita, facendo credere a dei soldati poco più lontani, di guardia al treno, che nonostante la maleducazione era in possesso del documento giusto. E difatti quei soldati, che in teoria avrebbero dovuto controllargli i documenti, si accontentarono di quella sceneggiata e la lasciarono salire sul treno, permettendogli infine di salvarsi la vita e di ritornare successivamente in patria.

è certo che essa, conscia dei pericoli sui quali andava incontro, diede prova di grande ardimento, arrischiando la vita, soprattutto nella sua qualità di trentina, e ciò per puro amore di patria e non per denaro, avendo essa compiuto fino al limite del possibile il suo servizio con il minimo di spesa e senza guadagno di sorta, né diretto né indiretto…. Il suo agire arditissimo e nobile ebbe ed ha un valore maggiore che se fosse stato compiuto da un uomo, dato che nessun uomo si è sentito di fare quanto la Zeni ha fatto.

Medaglia d’argento al valor militare per Luisa Zeni

Il 15 agosto ritornò a Milano, dopo tre mesi di attento spionaggio, ed informò un soddisfatto Tullio Marchetti delle ultime novità che di certo avrebbero dato il giusto vantaggio allo spionaggio italiano. Dimessa da tale incarico, Luisa Zeni ricevette la medaglia d’argento al valor militare sotto la richiesta dello stesso Marchetti. Dopodiché prestò servizio nella croce rossa italiana fino alla fine del conflitto e farà parte dell’intrepida spedizione di Fiume. Ma questa, miei cari lettori, è un’altra storia.


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