Mastro Titta, er boja de Roma

C’è chi nella storia si è potuto vantare di grandi conquiste militari. Chi invece ha scoperto dei vaccini che hanno cambiato per sempre il mondo della medicina. E c’è anche chi, dopo una lunga carriera, si può vantare di aver attuato un numero spropositato di condanne a morte. E quest’oggi ci soffermiamo proprio su quest’ultimo particolare, spulciando nella storia del più famoso boia dello stato pontificio tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX.

Giovanni Battista Bugatti, in arte Mastro Titta, divenne ben famoso per uno dei mestieri più mal visti della storia, mestiere che dimostrò fin da giovane di saper attuare alla perfezione. Nato a Senigallia il 6 marzo del 1779, in pieno stato pontificio, già a diciassette anni iniziò questa macabra carriera, eseguendo le condanne a morte che venivano regolarmente richieste dai processi della santa chiesa sia a Roma che in altri borghi del territorio papale. La sua “bravura” era ben richiesta e tra squartamenti, decapitazioni, impiccagioni e mazzolature Mastro Titta divenne ben famoso tra la popolazione romana, rendendo ancora oggi il suo nome come sinonimo di boia.

Mastro Titta, il boia di Roma che terrorizzò Lord Byron - Linkiesta.it

Se facciamo per bene i conti e se studiamo per bene la lista di tutte le sue condanne ufficiali, arriviamo a ben 514 esecuzioni (due delle quali non sarebbero di sua competenza) in ben 68 anni di carriera. Persino durante la dominazione napoleonica, quando lo stato papale venne conquistato dalle truppe francesi, Mastro Titta continuò ad operare, uccidendo in nome dell’imperatore anziché in nome della santa chiesa. Per non parlare delle testimonianze di personaggi britannici di fama internazionale come Lord Byron e Charles Dickens che, in viaggio a Roma in diversi periodi, ebbero la “macabra” possibilità di assistere a tali condanne, eseguite ovviamente dal “maestro” del settore, e portandoli a scrivere il loro turbamenti nelle loro memorie scritte.

Con la breccia di porta Pia del 1870 e con la conseguente annessione della città eterna al neonato Regno D’Italia Mastro Titta non solo era già in pensione dal 1864 (vantando una pensione considerevole per l’epoca, 30 scudi) ma era venuto a mancare solo l’anno prima. Con l’oramai assenza del boia e con lo spirito anti-clericale che aleggiava in quel periodo, un anonimo scrisse un famoso romanzo dell’epoca, Mastro Titta, il boia di Roma: memorie di un carnefice scritte da lui stesso. Tale scritto, che la casa editrice fece passare per la sua vera biografia, espanse in tutto il paese la leggenda di un uomo sanguinario e assetato di morte, ben lieto di uccidere in nome della legge papale a suon di squartamenti ed altre macabre usanze. Ma in realtà il racconto era solo una romanzata che fece nascere un alone di mistero intorno a quell’uomo che, nonostante non fosse mai stato visto di buon occhio dalla popolazione di Roma, nei momenti in cui mancava il lavoro da boia si applicava nella vendita di ombrelli, mansione difficile da collegare ad un personaggio simile.

Mastro Titta, il boia di Roma Memorie di un carnefice scritte da lui stesso  | =RICORDI di ROMA=VIA DELLA STAZIONE DI SAN PIETRO 10 A ROMA
Mantello originale de “er Boja de Roma”, più noto come Mastro Titta. L’oggetto è presente presso il museo criminologico di Roma.

Se avete in ogni caso la possibilità di bazzicare nella città eterna, potete tranquillamente trovare la sua casa presso il rione del Borgo, al civico 2 del vicolo del Campanile. O meglio ancora, quando si potranno rivisitare i musei, se vi addentrerete presso il museo criminologico di Roma potrete osservare l’originale mantello scarlatto che indossava durante le esecuzioni, facendovi venire la pelle d’oca solo al pensiero. Ma se siete dei curiosi sulle leggende, alcuni raccontano che il fantasma di Titta, alle prime luci del giorno, si aggiri ancora con il suo mantello scarlatto, girovagando nelle antiche piazze i cui si eseguivano le pene capitali come Piazza Ponte Sant’Angelo oppure Piazza del Popolo. E perché no, forse sarete così fortunati da incontrarlo e da farvi offrire da lui stesso del tabacco, cosa che a dirla tutta faceva realmente a chi stava per uccidere in passato, cercando nel su piccolo di donare al condannato un piccolo gesto di normalità ed umanità.

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