Non aprite PIU’ quella porta

Di Michael Guastella


Ormai finiti i tempi in cui il genere horror metteva in scena spettacoli raccapriccianti attraverso una sagace critica sociale, intorno alla metà dei 2000 si reinventa sotto forma di nostalgismo caricaturale, sfruttando la narrativa del remake, vero e proprio genere meta-cinematografico a sé. Il remake è l’atto di rifare un opera già esistente, quindi viene difficile considerarlo un semplice espediente narrativo per rivitalizzare e attualizzare tematiche sviscerate (è il caso di dirlo) in passato, in quanto ne re-inventa i canoni; da questo punto di vista è più vicino ad una lettura antologica, permangono nomi, ambientazioni, ma il resto viene stravolto.

L’unica cosa che consente a questa piaga di proliferare è il senso di nostalgia che ti assale quando vedi un’opera del passato entrare nel presente, sentirti nuovamente ragazzino, darti la falsa illusione che il tempo possa fermarsi in un loop emozionale capace di farti rivivere le stesse sensazioni vissute a suo tempo. Il remake è un’invenzione del conglomerato cinematografico che comprende appieno come sia facile proporre lo stesso cliché a distanza di tempo, purché questo venga adattato al tempo corrente. Insomma, il remake è spazzatura. E quando il remake incontra l’horror…

Nessuna opera di qualità necessita la riproposizione in quanto la sua essenza è a-temporale, capace di risultare attuale a distanza di tempo, basti pensare alle grandi opere letterarie eterne nel loro divenire. Ci si può ispirare, prenderne spunto, omaggiarne i pregi ma in ogni caso sarebbe inutile renderle “moderne” cambiandone la forma o adattando semplici espedienti “estetici”. Lo stesso discorso vale per la Settima Arte, in quanto un film in bianco e nero come un Quarto Potere non necessiterebbe una riproposizione che lo andrebbe soltanto a modernizzare, dal momento che i temi trattati sono sempre attuali a dispetto della messa in scena.

L’horror è il genere che più è riuscito a esternalizzare le paure, le fobie e le contraddizioni della nostra società, attraverso una messa in scena capace di terrorizzare ed esorcizzare paure presenti da sempre nell’animo umano. I vertici raggiunti da tale genere vanno riscontrati tra gli anni 70 e 80, dove vennero alla luce capolavori immortali, verso cui tutta una serie di sceneggiatori e registi attinsero a piene mani per far rivivere quelle paure nei decenni successivi. Non si necessitava di ettolitri di sangue e nemmeno di scene più violente rispetto a quelle trasmesse in tv dai telegiornali per colpire lo spettatore, che invero rimaneva turbato dalle sensazioni che il film sapeva scaturire.

Se guardiamo a quanta violenza siamo sottoposti oggigiorno, non solo fittizia, volgendo lo sguardo a pellicole uscite nei decenni precedenti ci viene un sorriso… quante volte si sente qualcuno affermare: “A me l’esorcista fà ridere”, eppure alla sua uscita divenne un vero e proprio incubo generazionale, per le scene di alto impatto, certo, ma soprattutto perché colpiva l’immaginario e costringeva a porsi domande concrete, quali “il male esiste?”.

La percezione verso ciò che ci circonda è cambiata enormemente rispetto ai decenni precedenti, le nuove generazioni sorte dagli anni 90 in poi sono assuefatte ad una certa narrativa tanto da non spaventarsi più, e questo lo compresero appieno Williamson e Craven che ne misero in scena una parodia eccellente in Scream.

Questo significa forse che i giovani non hanno più paura? No di certo, semmai è l’horror a non essere più capace di spaventare, salvo sempre più rare eccezioni.  L’orrore ha lasciato campo al disgusto, attraverso lo splatter e il gore, sottogeneri che sono diventati quasi sinonimo di horror e che ben rappresentano il vuoto creativo cui soggiace il genere. La formula sempre più adattata è quella di sfruttare effetti scenici più convincenti, una regia scolastica ma sorretta da mezzi tecnologici d’avanguardia, e una violenza estrema fin quasi al grottesco, insomma, estetizzare l’orrore per anestetizzare la paura, quasi a volerla negare.

Oggigiorno il tema della morte viene affrontato raramente, se non in inchieste giornalistiche al limite del celebre gioco da tavolo Cluedo, per il resto ci viene insegnato a temere la morte, a non considerarla, a pretendere una vita senza paure e timori se non quelli indotti artificiosamente dalla società, questa sovrastruttura costringe una predeterminata narrativa che coinvolgendo l’horror – che da sempre “gioca” con la morte e le paure – finisce per sterilizzarlo. All’interno di una società sempre più infantilizzata, tutelata e protetta dall’informazione non c’è più posto per l’orrore, se non quello palesemente adattato a disgusto nel vedere pile e pile di corpi smembrati o torturati in ogni modo. Vette di parossismo da sconfinare nell’assurdo, e l’assurdo non spaventa.

Grandi regista dell’orrore utilizzavano creature infernali, o semplici vicini di casa, come mezzi per convergere al fine di svelare quanto la società fosse ipocrita e molto più violenta e “cattiva” di quanto non volesse far trasparire nelle sitcom. Uno dei personaggi cult del genere, Michael Myers della saga di Halloween, venne pensato e scritto da Debra Hill e John Carpenter come un essere privo di volto, mosso dal puro male, un essere che nemmeno lo scienziato Loomis riuscì a comprendere, il male ingiustificabile. E tanto bastò a terrorizzare, nonostante il film non mostrasse letteralmente una sola goccia di sangue. Con l’andar del tempo il genere non doveva più spingere a domandare e a inquietare lo spettatore, bensì doveva rassicurarlo svuotandosi di senso, lasciando morti tanto gli attori quanto gli spettatori.

Poiché i libri e i film sono mezzi di comunicazione di massa, il campo dell’horror è stato spesso capace negli ultimi trent’anni di fare ancora meglio di queste paure personali. In questo periodo (e in minor grado nei settant’anni precedenti), il genere horror è spesso riuscito a trovare dei punti di pressione fobica nazionale, e i libri e i film che hanno avuto maggior successo hanno quasi sempre chiamato in causa ed espresso paure che esistono in un vario spettro di persone. Tali paure, spesso politiche, economiche e psicologiche piuttosto che soprannaturali, danno alle migliori opere dell’orrore un appagante senso allegorico, ed è quel tipo di allegoria con la quale i registi vanno a nozze. Forse perché sanno che se le cose cominciano a diventare noiose, possono sempre far uscire il mostro dal buio.

Stephen King

A inizio scritto vi parlavo dell’incontro tra Horror e Remake, e di come quest’ultimo espediente narrativo abbia completamente distrutto un genere già alla deriva. La quasi totalità dei classici del genere sono stati riproposti sotto-forma di scialbi filmetti  buoni giusto per passare il tempo, anonimi e insipidi, riempiti giustappunto di violenza esagerata e sangue a gogo, perdendo ogni stilla di critica sociale. Uno dei registi più abusati in tal senso è stato Wes Craven che ha visto riproposto ogni suo film di successo con sceneggiature prive di carattere, quando le opere originali erano un tentativo di rivelare il marcio in società: dalla bigotta e falsa morale comune ne L’ultima casa a sinistra, alla paura per il diverso e l’eventuale guerra nucleare ne Le colline hanno gli occhi, passando per la paura più metafisica, dal volto bruciato e dal terrore del sonno in Nightmare all’analisi sociale dei giovani adolescenti della blank generation/millennial in Scream. Ebbene, nei loro remake non troverete nulla di tutto questo, solo sangue, budella e fighetti.

Ma sono andati anche oltre ultimamente, passata la sbornia per i remake le case di produzione si sono lanciate sui sequel degli stessi, cancellando intere saghe e passando oltre agli stessi remake solo per sfruttare la fama e l’iconicità di determinati personaggi, citando titoli fortunati senza doversi sforzare a produrre qualcosa di nuovo in grado di riflettere i mali della nostra attualità, a quanto pare considerata parte di un epoca vuota, irrapresentabile sul grande schermo.

Per rendere ancora più chiaro quanto scritto fin’ora basterà citare un film uscito recentemente sulla grande N, a seguito di un enorme battage pubblicitario giustificato dal proporre un grande cult del cinema direttamente in streaming: Non aprite quella porta. Il film, uscito originariamente nel 1974, divenne un cult pur attirando una marea di critiche e censure – come logica impone – essendo senza alcun dubbio un film molto violento per gli standard del tempo, tanto da segnare per sempre il genere, grazie ad una marea di registi che se ne ispirarono. The texas chain saw massacre (come da titolo originale) venne sceneggiato e diretto da Tobe Hooper, allora giovane e intraprendente regista che aveva come scopo ben preciso quello di sconvolgere l’opinione pubblica. Partendo da una sinossi semplice – cinque ragazzi in gita che finiscono preda di una famiglia di cannibali – mette in scena lo scollamento tra la realtà di città, lo spirito hippie che ancora animava i giovani, con l’aridità della periferia abbandonata, abitata dai redneck visti come reietti dalla gente per bene, il tutto all’interno di un contesto “familiare”.

Leatherface (faccia di cuoio) viene protetto e sostenuto dalla famiglia, nonostante sia uno psicopatico armato di motoseghe dedito alla macellazione umana, e anzi lo riforniscono di vittime cibandosene a loro volta; l’immagine sicura della classica famiglia di confine esclusa dalla mediocrità piccolo-borghese diventa la culla della perversione, da cui viene partorito un mostro che diverrà icona dell’horror. L’espediente di Hooper di far passare il film come un documentario, presentandolo come tratto da una storia vera con immagini di repertorio, tuttavia rimane in secondo piano dal momento che ancora una volta l’orrore attingeva al male presente in società, tanto che l’idea per il personaggio di Leatherface venne a Hooper ispirandosi al serial killer Ed Gein, che realmente ricavava maschere dai volti delle sue vittime. La violenza del film è scenica, ciò che colpisce maggiormente è la scelta di metterlo in scena in pieno giorno, quando solitamente le luci del sole scacciano la paura e annunciano la fine dell’incubo, e il senso di sporcizia, di disordine che permea la scenografia, con gli attori e la troupe costretta a lavorare a temperature folli, circondati da carcasse di animali emananti un tanfo insostenibile.

Quella pesantezza, quella stanchezza traspaiono da un film costato poche migliaia di dollari, frutto di un certosino lavoro di effetti speciali artigianali ma non per questo meno di impatto. Purtroppo da quel momento iniziò la classica sfilza di sequel, uno più brutto dell’altro, giusto per sfruttare la fama di Leatherface quale volto dello slasher movie, al pari di Myers, Krugher etc. E questo ha portato la grande N ha realizzarne un sequel diretto del primo film, dove l’incubo torna a materializzarsi…e non mi riferisco al killer.

Diretto e sceneggiato da nonsochì – ma certamente lo sceneggiatore dovrebbe cambiare mestiere – il film si svolge molti anni dopo il massacro, quando un gruppo di salsicciotti giunge in città per inaugurare una qualche attività. Li chiamo salsicciotti per il ruolo che hanno nel film, carne di bassa qualità con una piattezza espressiva da far invidia al tavolino nel tuo soggiorno: Dunque, abbiamo il salsicciotto nero che si offende al solo vedere una bandiera confederata, una salsicciotta bianca che è sopravvissuta ad una strage scolastica (ma questa cosa viene giusto accennata), la sorella della salsicciotta, eco-friendly, e la salsicciotta moglie del salsicciotto nero messa lì unicamente per fare la parte interetnica della coppia.

I quattro salsicciotti

Leatherface dorme in una casa di cura accudito da una vecchia, che vistasi costretta a traslocare muore di crepacuore, evento scatenante la voglia di uccidere di Faccia di quoio. Tuttavia c’è una sorpresa, infatti l’unica sopravvissuta al massacro è diventata sceriffo, macella maiali a caso in un fienile e vuole a tutti i costi la testa, pardon, la faccia di Leatherface. Il film prosegue questo lungo canovaccio non-sense (avrei tanto voluto esagerare, ma è così) dove si notano soltanto smembramenti, sangue a fiotti e morti innumerevoli, cose massicciamente presenti tanto più la sceneggiatura fà buchi. Non riesci ad empatizzare con nessuno all’interno del film, l’unico simpatico finisce morto a caso nella prima mezz’ora e la cosa che più mi è rimasta impressa è stata l’uscita dall’acqua di Leatherface come neanche l’orca in Free Willy (esigo un meme). Il finale è tragico, nel senso che è il condensato dell’immondezaio visivo subito per un ora e mezza, e lascia presagire un sequel…ma guarda un pò!

Basterebbe la visione di questo film per avvalorare le opinioni di questo scritto, un vuoto generazionale che viene messo in bella mostra più dall’utilizzo di una tesla con pilota automatico che dal resto della sceneggiatura, anche se la battuta migliore và alla salsicciotta eco-friendly che accusa di essere un assassino il meccanico del paese perché guida un diesel!?. Persino quando basterebbe conoscere l’horror per valorizzare certe tematiche in voga oggigiorno, come il ruolo della donna spesso final girl capace di fronteggiare il killer, lo sceneggiatore esagera come non mai presentando una vecchia che neanche un navy seals, così da scivolare ancora di più nel grottesco. Questo film è una commedia, non un horror.

Non ci resta che sperare per il prossimo futuro di questa saga e dei prequel, sequel, remake, reboot soltanto una cosa:

NON APRITE PIU’ QUELLA PORTA


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