Quei lindi guantini che qualcuno vorrebbe sporcare di sangue

Il “capro espiatorio”, vale a dire, secondo la tradizione ebraica, un capro il cui sacrificio serviva per richiedere il perdono dai peccati; il peso di ogni azione peccaminosa compiuta dai fedeli veniva caricato idealmente sulla groppa dell’animale che veniva immolato, espiando così qualsiasi colpa pregressa. Millenni dopo siamo ancora quà a servircene, infatti quando sentiamo il bisogno di liberarci da ogni responsabilità ricorriamo al sotterfugio di indicare qualcun’altro, o qualcos’altro, come garante del peso delle nostre azioni. Di religioso ormai c’è molto poco in questo rito, resta però il fatto che millenni fà così come oggi vien facile scaricare ogni peso morale ricercando una causa quanto più lontana da noi.

Oggi con il termine “capro espiatorio” si intende un soggetto qualsiasi cui viene addossata la responsabilità per le azioni compiute da un altro soggetto, che così – per rimanere in tema biblico – se ne lava le mani. Consideriamo quanto sia comodo espiare le proprie azioni addossandole ad altri, potendo ritenersi liberi di compiere ogni nefandezza incolpando mille altre situazioni quali “moventi” del nostro quotidiano agire; dai fallimenti relazionali, alle amicizie spezzate, agli amori traditi, sono tutte situazione che, nonostante ci vedano co-protagonisti nelle decisioni alla base di questi sviluppi, possiamo bellamente delegare ad altri.

Semplice così, non vi pare? Ecco, forse un pò troppo. E’ certo che assumersi il peso di certe decisioni non è affatto facile, ma dal momento che vengono attuate non si può far altro che metterci la faccia. Sicuramente ogni fatto accaduto nella vita di qualsiasi persona concorre a formarne il carattere, agendo inconsciamente nelle decisioni o nelle relazioni che quella persona decide di intraprendere; cionondimeno l’ultima parola spetta sempre alla persona stessa, che perlomeno può decidere autonomamente cosa sia meglio per lei.

Il problema di fondo è dettato dal fatto che non riconoscersi come causa principali di certe decisioni equivale a de-responsabilizzarsi; ecco che se ci comportiamo male la causa deriva dalla nostra infanzia difficile, oppure se tradiamo il nostro partner è per via di tradimenti subiti a nostra volta, o ancora agiamo per ferire una persona perché a nostra volta siamo stati feriti, senza preoccuparci del fatto che tale azione possa concorrere a influenzare negativamente chi non c’entra nulla con le nostre passate esperienze.

Tutto questo viene fatto coscientemente da un individuo che poi ricorre al classico archetipo del capro espiatorio per giustificare il fatto che, molto semplicemente, non ha le palle di assumersi le proprie responsabilità. E’ sempre colpa degli altri o di quanto vissuto in precedenza. Casi simili, portati all’estremo, finiscono anche per generare mostri.

Se c’è un grande merito che la corrente filosofica “esistenzialista” ha saputo portare alla ribalta questo è sicuramente quello di porre al centro di ogni decisioni l’individuo stesso; non vi è alcuna volontà divina a muovere le nostre azioni, nessun destino precostituito, e se anche siamo il risultato di ciò che abbiamo vissuto mai in ogni caso questo altera il fatto che siamo sempre noi a decidere della nostra vita.  E questo non può essere messo in secondo piano rispetto a quanto abbiamo sofferto, quanta paura possiamo provare, o da mille altre emozioni: a scegliere come vogliamo vivere siamo noi stessi, non il nostro passato, non il male che abbiamo vissuto. Comprendere questo vuol dire assumersi in pieno il peso di qualsiasi decisione si prenda, senza nascondersi dietro a nulla, con la consapevolezza che qualsiasi risultato tale decisione comporti sarà frutto di una scelta autonomamente compiuta.

Ma, sapete, il “capro espiatorio” non serve soltanto al solo individuo come mezzo per assolversi da ogni fallimento, anzi, vi è un istituzione ben più grande che se ne serve in continuazione per scusare ogni sua mancanza: lo Stato e la società civile che lo costituisce. L’inconsistenza e l’evanescenza decisionale di una società – da intendersi come insieme di individui raggruppati per un fine collettivo – spesso non viene attribuita alla debolezza insita nella sua costituzione, quanto semmai a diversi fattori che vengono per l’appunto utilizzati come capri espiatori per de-responsabilizzare i fallimenti dello Stato sotto diversi aspetti, da quello politico e gestionale a quello comportamentale e sociale. Ad assolvere spesso e volentieri il compito di ritrovare una causa diversa dall’incosistenza statale quale motivo dietro il suo decadimento morale vi sono sopra a tutti loro: i MASS MEDIA.

Loro sono la manovolanza del pubblico inganno, gli esecutori del linciaggio etero-diretto, l’ignoranza sunta a metro di paragone per condannare chichessia, purché comporti l’aumento dell’audiens, qualche giornale venduto in più, e le feste del padroncino di turno che permette loro di scrivere stronzate supportati da un editore e non dall’elemosina da crowfunding. I mass media – e mi riferisco a chiunque ottenga sovvenzioni statali, abbia risonanza nazionale, e concorra alla dis-informazione quotidiana – sono abilissimi a trovare qualsiasi motivazione dietro le azioni compiute da chichessia pur di non far luce sulle discrepanze insite nel DNA di questo pseudo-Stato, lavoro costante che serve per fornire all’uditorio prove certe atte a distogliere l’attenzione dal fallimento della società civile.

Purtroppo, perseguendo ad ogni costo nel tentativo di salvaguardare chi stà sopra la catena di comando – d’altronde, mai si è visto un cane mordere la mano di chi lo sfama – finiscono per essere troppo garantisti, vale a dire trovano qualsiasi giustificazione per motivare le azioni finanche criminali, fornendo poi validi appigli affinché nessuno paghi come giusto per quelle stesse azioni criminali.

In questi ultimi giorni è salita alla ribalta nazionale la vicenda riguardante il pestaggio, con conseguente uccisione, di un ragazzo accorso per difendere un amico da parte di un pugno di criminali; immediatamente, a cadavere ancora caldo, si è cercata una qualche motivazione a tanta brutalità, e non avendo trovato nulla che la giustificasse – onde evitare di chiamare in causa i difetti del nostro sistema sociale – si è preferito ricercare la causa nello sport praticato dai criminali, vale a dire le MMA, ritenute subito uno sport violento e brutale, adatto ad esasperare la violenza negli individui che lo praticano.

Questo sport da combattimento è stato subito subissato da un fuoco di fila incessante che vede una parte dei media ritenerlo tanto pericoloso da doverlo vietare, mentre un altra parte di loro non lo ritiene degno di essere definito “disciplina marziale”. Evidentemente entrambi gli schieramenti – ogni questione a FantastItalia non può che generare uno scontro tra due nette tifoserie ultràs – non hanno mai seguito per niente le MMA: altrimenti arrossirebbero per cotanta ignoranza.

Le MMA sono uno sport a tutti gli effetti, ampiamente regolarizzato e per questo accettato dalla stragrande maggioranza delle commissioni sportive mondiali, che poggia le proprie radici in una concezione mentale, prima che sportiva, atta a renderla un arte da combattimento comprensiva di quante più tecniche possibili. Per molti lo stesso Bruce Lee – di certo non un pazzo sanguinario – è da ricercarsi quale “ideologo” di tale disciplina, racchiusa nella sua celebre asserzione: <Sii come l’acqua> da intendersi come condizione psicologica da impiegare per far fronte alle avversità, tanto negli scontri, quanto nella vita stessa adattandosi proprio come l’acqua si adatta a secondo dell’ambiente cui viene immessa. Lo stesso artista cinese impiegò gran parte della sua vita ad inserire data filosofia nel suo programma di perfezionamento nel Jeet-kune-do, un’arte marziale nata proprio dalla commistione di diversi stili di lotta.

Non essere un’unica forma, adattala e costruiscila su te stesso e lasciala crescere: sii come l’acqua. Libera la tua mente, sii informe, senza limiti come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, lei diventa una tazza. Se la metti in una bottiglia, lei diventa una bottiglia. Se la metti in una teiera, lei diventa la teiera. L’acqua può fluire, o può distruggere. Sii acqua, amico mio.

Decenni dopo in USA venne ideato il torneo UFC, che prevedeva scontri tra diversi esponenti di varie discipline da contatto affinché si trovasse l’arte da combattimento definitiva; certamente un idea pacchiana, tipicamente Statunitense, ma di sicuro d’interesse e molto intrigante. Tutte le prime edizioni vennero vinte dal leggendario Royce Grecie, esponente del Jiu-Jitsu in grado di sfruttare la forza e la massa dei suoi avversari – considerando i suoi 70 kl scarsi – a proprio vantaggio, dimostrando padronanza tattica, non male per uno sport “bestiale”, vero?

Nello stesso momento in USA i media e diversi politici tipici di certo bigotto moralismo imputarono a quei tornei la responsabilità della dilagante violenza che nei ’90 pareva sconvolgere oltremodo la vita di lorsignori, impegnati a ricercare ogni possibile responsabile, dallo sport, alla musica, al cinema, da gettare in pasto all’opinione pubblica pur di non ammettere l’incapacità di far fronte alle innumerevoli problematiche causate dal loro fallato sistema di governo; impegnati com’erano ad ingrassare Wall Street, innondare di armi giovani ragazzi con problemi mentali, e sganciare tonnellate di bombe per ogni dove, dovevano trovare più capri espiatori possibili verso cui indirizzare l’odio, la paura e la rabbia del cittadino medio esasperato dal mal governo. (Da chi crediate abbiano preso spunto i media nostrani?)

In ogni caso questo spinse la UFC a diventare una vera e propria organizzazione di lotta con tanto di regolamento unificato; di rimando, visto il peso della promotion, le MMA iniziarono dunque a istituzionalizzarsi come sport vero e proprio, con i propri esponenti spronati ad imparare tecniche di lotta a terra e in piedi, divisi per classi di peso e aperti anche alle categorie femminili. Inutile dire che da allora in USA la polemica sulla sicurezza dei praticanti e sulla violenza che tali incontri instillerebbe non solo negli atleti ma anche negli spettatori è andata scemando quasi del tutto, tant’è che la stessa UFC è stata indicata dal Presidente Trump quale promotion in grado di rilanciare l’economia post-covid.

Se volete approfondire l’insieme di tradizioni e di norme morali e comportamentali, oltre che la grande dedizione e il sacrificio che qualsiasi praticante di MMA deve far fronte, non posso che consigliarvi un manga eccezionale, forse troppo lineare nella narrazione, ma fondamentale per comprendere ciò che anima lo spirito di chi sceglie di indossare i guantini e combattere: All Rounder Meguru di sensei Hiroki Endo, vero e proprio vademecum alle arti marziali miste.

Ambientata in terra nipponica – esponente di spicco delle MMA fin dai tempi del glorioso PRIDE – la storia narra le vicissitudini di Meguru che, mosso più da un moto di curiosità (ascivibile quasi ad una sorta di istinto a seguire le mode, in occidente) decide di provare a diventare un fighter, salvo scoprire che la sua attitudine non sarebbe servita a migliorare se non si fosse sacrificato a dovere per la disciplina. Ecco, questo manga sicuramente narra fin nei minimi particolari – dalla dieta, agli allenamenti alla costanza e all’ardimento necessario – la vita di un fighetr mosso da ideali quali l’onore, lo spirito di sacrificio, il rispetto per gli allenatori e gli avversari.

Una scuola di vita, come dovrebbe esserlo ogni arte marziale, e come lo sono le Mixed Martial Arts

Magari i cosidetti “esperti” giornalisti, opinionisti – davvero non posso capire come dare opinioni spesso non richieste possa valere come professione. Io ne dò, ma vi assicuro che non percepisco una lira – e tutta la gleba mass mediatica ne gioverebbe molto dalla lettura di All Rounder Meguru e dalla visione di qualche incontro tipico di uno sport che merita il rispetto e non merita invece di finire tirato in causa perché un pugno di codardi, infami, criminali, praticandolo nelle palestre si sono sentiti in diritto di pestare e uccidere vigliaccamente un ragazzino che ha dimostrato di essere molto più uomo di quanto loro non potranno mai essere.

Le MMA non c’entrano niente, quei tizi non c’entrano niente con le MMA, la responsabilità di tale accadimento è da ricercarsi nel fallimento dei valori che nessuna scuola è più in grado di trasmettere, le istituzioni riflettono il vuoto delle loro grigie aule nel cuore fallato e nella mente bacata di chi dovrebbe essere formato in quelle aule.

Quale cultura si può insegnare, quale etica, quale morale può mai essere trasmessa da uno Stato burocratizzato pure nella sua atavica ricerca dell’ennesimo capro espiatorio da sfruttare per nascondere la sua debolezza, delegato nelle mani di un cumulo di rappresentanti CUL-turali e politici incapaci di educarsi, figurarsi di educare? Di chi è la colpa di tutto questo allora? Vi è un pezzetto di responsabilità nello Stato, nella comunità, nell’assenza dei genitori, nell’arte che non vivacizza e non smuove le menti, nei giornalisti alla perenne ricerca del dolore che è in assoluto la droga che più bramano gli spettatori, pronti a far impennare gli share e le vendite dei quotidiani quando c’è una tragedia in bella mostra in prima pagina

Programmi tv di approfondimento con tizi che giocano a Cluedo (amo i gialli, ma parliamo di eventi reali non fantasie), omicidi considerati come un tempo veniva considerato il superquiz finale nei programmi di Mike Bongiorno – intrattenimento puro – centinaia di riviste che sbattono in prima pagina gente del calibro di Corona, un pluripregiudicato finito più volte in galera che ancora bazzica salotti tv e promuove eventi in discoteca.

Che ne dite, ne mandiamo qualche copia all’Ordine dei Giornalisti?

Ma chi di questi giornalisti può sentirsi in merito nel giudicare qualcosa? Quello che come un idiota pone domande quali <Come si sente?> ad un terremotato costretto a vivere in macchina, oppure quell’altro che fà inchieste giornalistiche sull’ennesima tr..ia che da Uomini e Donne è passata al GF? O ancora quell’altro che insegue il tizio che fà jogging per denunciarlo alle autorità quando cento metri più avanti un pusher smercia ai ragazzini?

Se davvero si voleesse ridurre la violenza sugli schermi ed impedire il ripetersi di eventi quali quello trattato in questo scritto, per prima cosa bisognerebbe chiudere trasmissioni tv, redazioni giornalistiche e licenziare in tronco chiunque per un misero stipendio si spende per pubblicizzare e sdoganare il dolore e la rabbia, il sangue e la sofferenza, ed ogni forma di spettacolarizzazione delle disgrazie umane.

Perché costoro non fanno informazione, non impediscono con i loro simposi la censura di eventi altrimenti trascurabili per il normale scorrere della vita di un cittadino qualunque, non aiutano nessuno…costoro pubblicizzano e dis-informano marketizzando gli eventi apposta per somministrarli a tutti quanti noi, perché bramiamo queste disgrazie e ce ne cibiamo. I dati di vendita e di ascolti non mentono: se non mi credete andate sotto ai profili social di chiunque abbia pubblicato la notizia del pestaggio ad opera dei “fighter” e vi accorgerete che i commenti lì sotto derivano dalla stessa violenta stupidità da cui sono stati partoriti quei microcefali che in cinque contro uno hanno massacrato un ragazzo (nelle MMA si combatte 1 vs 1).

Alla fine di tutto questo rimane una speranza, rappresentata dal sacrificio di un ragazzo che onorevolmente ha tentato un gesto nobilissimo – indice che non tutto è perduto -, e la constatazione che purtroppo questa società fallata genera mostri che a dispetto di tutto, indipendentemente da quanto possano essere stati influenzati da eventi esterni, hanno scelto consapevolmente di massacrare di botte una persona. La responsabilità di quanto fatto è la loro, anche se vivono in uno Stato fallito – anche se qualcuno li vuole scusare e passare come vittime di influenze negative – non dell’arte, non di uno sport, ma soltanto di loro! Se ne assumano la colpa, così come dovrebbe fare chiunque ha tentato di strumentalizare la vicende per proprio tornaconto.

Praticando le MMA a volte ci si sporca i guantini di sangue, ma quei cinque le mani se le sono insanguinate senza indossare i guantini. Che questi pseudo-giornalisti si scusino e ci mettano la faccia, che fin troppe volte anche a causa loro il culo ce l hanno rimesso gli altri.

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