Tolkien, Signore del Fantasy

Di Mario Minetti


Nel precedente articolo (Fantasy?) ho più volte affermato che “Il Signore degli Anelli” è il romanzo principe di tutta la letteratura Fantasy.
Proviamo, quindi, a evidenziarne i punti salienti che lo contraddistinguono.
Innanzitutto, non è, come molti credono, una trilogia, ma un insieme organico diviso in sei libri. Lo si definisce, spesso, trilogia, perché la prima edizione, pubblicata tra il 1954 e il 1955 (ma scritta tra il 1937 e il 1949), fu in tre volumi per motivi pratici (l’opera nel suo complesso è composta da più di mille pagine!).



In una delle sue moltissime lettere, lo stesso Tolkien definisce la sua opera “una fiaba destinata agli adulti”.
Ma la sua complessità e la sua lunghezza, mostrano chiaramente che non si tratta di una “fiaba”. Forse l’autore intendeva già sviare il discorso dal contenuto, di enorme valore morale ed etico, della sua opera. Infatti, dal giorno della sua pubblicazione ad oggi, Il Signore degli Anelli non ha mai contato delle posizioni moderate. Questo ne fa una delle opere il cui contenuto va al di là delle innumerevoli avventure rocambolesche che racconta.
La sua trasposizione cinematografica del 2001, ad opera del regista neozelandese Peter Jackson, anche questa un capolavoro del suo genere, è stato un tale successo da ridare vita all’intero genere letterario, che fino ad allora era stato un po’ relegato ai margini.
A molti appassionati di questo genere letterario, la versione cinematografica ha soddisfatto in alcuni punti, e deluso in altri. Fotografia, scenografia e musiche da Kolossal cinematografico, ma riduzione del racconto a semplice favola morale.
Film godibilissimo. In alcuni punti molto attinente al testo. In altri un po’ meno, in altri ancora sono presenti “licenze poetiche” come, appunto, le storie d’amore tra alcuni personaggi che, anche questo già scritto, non sono quasi mai in primo piano nella narrativa fantasy. Storie sempre marginali nel testo scritto.
Di rilievo le musiche che accompagnano gli eventi rocamboleschi, naturalmente assenti per il lettore, e l’ambientazione scelta nella splendida terra della Nuova Zelanda, con paesaggi mozzafiato.
Il film ha permesso, però, e questo va messo a ulteriore lode del regista, alcuni giochetti che con l’opera scritta sono difficili da realizzare.
Dopo aver visto almeno una volta per intero e consecutivamente il film nella versione italiana, di durata superiore alle 9 ore e 40 minuti (quella cinematografica contiene alcuni tagli, e non del tutto marginali, in ciascuno dei tre episodi, per seguire la regola, presente solo in Italia, che i film trasmessi nei cinema non possono avere la durata superiore alle tre ore), si può rivedere ciascun episodio cercando di mantenere l’attenzione su un singolo personaggio e su quello soltanto. Si potranno così evidenziare le battute spassosissime del nano Gimli, o la natura teologica delle frasi del mago Gandalf, o ancora l’amore per la libertà, più che dell’avventura, dello Hobbit Frodo, libertà imprigionata dall’anello di cui diventa schiavo.
Invece, quel che affascina del racconto di Tolkien, è la contrapposizione senza fine tra il bene e il male, dove il male, è vero, spesso assume forme mostruose come ragni, demoni e orchi, ma non sono questi i soli avversari con cui si ha che fare nella Terra di Mezzo. Se provassimo a rimuovere questi mostruosi personaggi dal racconto, nello stesso modo in cui abbiamo operato col film, ci accorgeremmo che l’itero romanzo perderebbe l’immagine stessa del male che l’autore vuol darci.

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Nel libro, il mago “teologo” Gandalf afferma che “Nulla è cattivo in partenza”, nemmeno Sauron. Infatti l’oscuro signore del male ha scelto il suo destino proprio come l’Angelo ribelle di biblica memoria. Nulla gli è stato imposto da nessuno. E le stesse entità che seguono il male, hanno scelto da che parte stare forse proprio nei tempi primordiali della scelta di Sauron stesso. E’ il male a trasformare in mostri i personaggi che si prostrano a lui; non in modo magico, con un incantesimo ad esempio, ma svuotandoli dall’interno, privandoli dell’umanità che possedevano.
E’ il caso di Saruman il bianco, l’alter ego di Gandalf il grigio; è il caso di Gollum, che fu un Hobbit come Frodo; è il caso dei Nazgul, che furono grandi Re, trasformatisi nell’ombra di se stessi.
Se i cattivi sono tali per scelta, lo stesso accade ai buoni.
La loro è una scelta attiva, una resistenza alle tentazioni. Ad esempio: la trasformazione di Galadriel (la nobile elfa che mai sarà regina nei romanzi di Tolkien) nel primo film di Peter Jackson, nel momento in cui è tentata dal potere dell’Anello, non è solo un effetto speciale del film, ma è del tutto conforme allo spirito di tutta l’opera di Tolkien.

Per meglio comprendere il maestoso lavoro di Tolkien, è indispensabile conoscere l’autore, almeno i tratti più rilevanti della sua vita e della sua personalità. Anche perché è lo stesso autore ad affermare, nel suo corposo scambio epistolare con Robert Murray, suo amico sacerdote, che: “Qualcosa dei concetti e dei valori dell’autore scivola necessariamente nel racconto”.

Le parole di Tolkien e la storia di carne


J.R.R. Tolkien (John Ronald Reuel), nasce a Bloemfontein, in Sud Africa, nel 1852, ma si trasferì a soli tre anni in Inghilterra con la madre e il fratello. L’anno successivo restò orfano del padre, rimasto in Sud Africa per via di una brutta malattia che lo aveva colpito.
Nel 1904 perse anche la madre, e venne affidato, insieme al fratello, alle cure di un sacerdote cattolico amico di famiglia. Sotto la sua guida, poté studiare e sviluppare le sue enormi capacità linguistiche, soprattutto latino e greco, e divenne competente anche in altre lingue come il gotico e l’antico finnico.
La conversione al cattolicesimo provoca il suo allontanamento dai parenti più prossimi alla sua famiglia, e potrebbe essere questa la causa scatenante della sua piena immersione in questi studi linguistici e classici, che molto influenzeranno i suoi racconti.
In piena Prima Guerra Mondiale, a cui partecipò attivamente sul fronte occidentale, si ammalò e gli fu concesso il ritorno in patria.
Nel 1917 collaborò per la prima stesura dell’Oxford English Dictionary, e alla fine della guerra ricevette il titolo di Master of Arts.
Fu Docente di Lettere all’Università di Leeds, e, in seguito, professore di filologia anglosassone all’Università di Oxford. Risale a questo periodo la sua profonda amicizia con C.S. Lewis, autore dell’altra grande opera Fantasy “Le cronache di Narnia”.
Nel 1937 venne pubblicato Lo Hobbit, la sua opera prima di narrativa, che riscosse un discreto successo e attorno alla quale l’autore sviluppò, nel decennio successivo, il mondo immaginario per il quale è conosciuto, quello della Terra di Mezzo, che prese definitivamente forma con Il Signore degli Anelli. Anche quest’opera venne inizialmente pubblicata per ragioni economiche ed editoriali in tre distinti volumi.
Quindi arrivò la Seconda guerra Mondiale e poi il definitivo successo, appunto, col Signore degli Anelli. Poi tante altre opere minori, raccolte di poesie e l’idea di mettere in musica i poemi sparsi nelle sue opere.
Negli ultimi anni della sua vita, Tolkien lavorò a un’altra opera, Il Silmarillion, iniziata in verità già dal 1917, che portò avanti fino alla morte, ma che non riuscì a concludere.
Fu poi pubblicata postuma insieme a The History of Middle-earth dal figlio Christopher.
Tolkien fu sempre un grande amante della natura e trascorse gli ultimi anni di vita nella città costiera di Bournemouth, dove morì all’età di ottantuno anni, il 2 settembre del 1973, due anni dopo la morte di Edith sua moglie. Sono sepolti insieme nel cimitero di Wolvercote, nei sobborghi di Oxford. Come segno del suo attaccamento alla sua opera decise di fare scolpire sulla lapide della moglie il nome Lúthien e sulla sua il nome Beren, protagonisti della romantica storia Beren e Lúthien.

Tolkien in Ciociaria per scoprire che il male viene sconfitto dagli umili  (di B. Cacciola) – AlessioPorcu.it


Al termine di questa brevissima biografia dell’autore, possiamo ben delineare di quali concetti e di quali valori Tolkien impregnò i suoi romanzi, e, soprattutto, da quali passaggi della sua vita questi sono stati alimentati: la perdita dei suoi genitori, l’educazione cattolica ricevuta e le due guerre mondiali attraversate.
L’atrocità della guerra, le sofferenze provate nel vedere morire in combattimento i propri amici, ma anche il valore dei soldati, sono ben narrati dall’autore. Sono concetti che impregnano tutto lo svolgersi del racconto.
E, nonostante lo stesso autore abbia più volte affermato che Il Signore degli Anelli non contiene alcun messaggio, e non era nemmeno sua intenzione inserirlo, in ogni sua pagina si può respirare l’aria della educazione religiosa ricevuta. Strano a dirsi per un’opera che non fa riferimento e menzione a nessuna religione, in cui c’è la totale assenza di qualsiasi elemento esplicitamente religioso, tranne che in un parodi furtive allusioni, vero?
Allora, cosa fa di quest’opera una tra le più lette al mondo e consigliate negli ambienti ecclesiali?
Si può trovare qualche indicazione nelle moltissime lettere scritte dall’autore con l’amico sacerdote, in cui fa menzione di “temi più alti”, ma nascosti, “percettibili solo dagli occhi più attenti”, “dissimulate sotto forme simboliche non spiegate”
Ecco quindi l’equiparazione del Lembas, il cibo degli Elfi che infonde forza ai viaggiatori, all’Eucaristia.
Oppure che l’intero racconto è un susseguirsi di date che fanno diretto riferimento al calendario cristiano: la Compagnia dell’Anello parte il 25 Dicembre, il 25 Marzo l’Anello viene distrutto (questa data è anche la data della nascita del primo bambino di Sam).
E poi le Miniere di Moria che si chiamano come il monte Moria, luogo del sacrificio di Abramo, e Sauron, il cui nome ha affinità con saura, nome greco con cui viene chiamato il serpente della Genesi.
Bisogna sottolineare che Tolkien ha sempre respinto tutte queste e molte altre similitudini, e ha sempre rimarcato che l’opera non ha mai avuto nessun piano elaborato alla sua origine.
A conferma delle parole dell’autore, possiamo dire che esistono letture non cristiane della sua opera che rimangono coerenti, soprattutto quando si riferiscono a uno degli aspetti essenziali dell’opera stessa, come, ad esempio, la sua invenzione linguistica, su cui ancora oggi si scrivono enciclopedie, o la rinuncia al potere, o, ancora, la difesa della terra.
Nulla vieta, ad un lettore non credente, di entrare con l’immaginazione in un mondo che non è il suo.
In definitiva, Il Signore degli Anelli, non è un racconto qualunque, perché contiene ostacoli e interpretazioni che possono sviare dall’effettivo contenuto. Fino allo sfruttamento commerciale, meschino, che ne viene fatto nel tentativo di tralasciare i fatti per vendere solo i sogni. Basta guardare ai videogame perversi dove a essere esaltati non sono gli eroi ma Mordor; la diffusione della magia nera su internet, con piattaforme che diffondono il “meraviglioso stile di vita degli Orchi” e dipingono Sauron come un essere affascinante.
Altro importante autore, già citato con la sua opera, per comprendere appieno il genere “Fantasy” è C.S. Lewis (Clive Staples Lewis, Jack per gli amici).
Su questo e molti altri punti importanti, necessari per meglio approfondire lo smisurato mondo fantasy, mi soffermerò volentieri nel prossimo articolo.




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